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“Don’t worry” e uno sguardo sul Counseling

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“Don’t worry”: tre amiche Counselor al cinema

Roma, mercoledì sera ore 20:10, al cinema c’è anche lo sconto sul biglietto, tre amiche Counselor, un aperitivo e poi a vedere tutte insieme “Don’t worry”.
Il film è uscito nelle sale solo da pochi giorni, siamo impazienti, non è un film per pochi eletti, per intenditori od esperti, anzi è uno spaccato che con molta cura ed attenzione parla di disabilità, comunicazione, sensi di colpa, responsabilità e de-responsabilità e lo fa con lo stesso spirito critico che anima le vignette del protagonista, John Callahan.
Questo film è bellissimo, acclamato dalla critica, amato e consigliato dal pubblico; “Don’t worry” è un magico puzzle in cui tutti i “pezzi” si incastrano alla perfezione e sono a loro volta dei piccoli capolavori: sceneggiatura, scenografia, fotografia, costumi.
Troppo facile tesserne le lodi, ma non si può fare altrimenti.
Non voglio aggiungermi né sostituirmi alla lunga serie di esperti di cinema, vorrei solo condividere con voi uno sguardo “laterale” per citare Edward De Bono, uno sguardo da Counselor, perché questa è la mia Professione.

“Don’t worry”, la trama in breve

John Callahan – interpretato magistralmente da Joaquin Phoenix – viene abbandonato dalla madre alla nascita e inizia così, per lui, un percorso tanto simile a quello di molti bambini negli anni ’50 (siamo nell’immediato dopoguerra): un percorso fatto di affidi e adozioni.
John sa solo 3 cose di sua madre: che era irlandese, aveva i capelli rossi e faceva l’insegnante; sa anche una quarta cosa, che lo ha abbandonato!
Questo è il filo conduttore di “Don’t worry”, o, meglio, di come John vede e vive la sua vita, senza amore – senza l’amore di una madre.
E la cerca, vuole sapere chi sia, e ci arriva vicino, parla con qualcuno che ha conosciuto sua madre. Questa è la sua storia, una storia vera.
Sì, perché John Callahan non è un personaggio di fantasia.

È un adolescente difficile, uno di quelli che “prende una brutta china”: a 12 anni inizia a bere, ruba una bottiglia di gin a sua zia e tutto il suo mondo si annebbia, si ottenebra, si mischia all’alcool che gli scorre in corpo.
E poi l’incidente in auto, non guida lui ma un suo amico, altrettanto ubriaco.
È il 1972 quando John Callahan finisce su una sedia a rotelle, ma non finisce di bere, continua a farlo nascondendosi come prima agli occhi degli altri, continua a bere per altri 7 anni finché nel 1979 inizia a frequentare gli Alcolisti Anonimi.

“Don’t worry”: ma cosa centra il Counseling?

Sarebbe fin troppo facile trovare lo spazio per parlare di Counseling solo perché John Callahan era iscritto, prima della sua prematura morte a soli 59 anni, al Master di Counseling della Portland State University.
Ma il mio sguardo e le mie modeste considerazioni vanno all’interprete non protagonista, al bravissimo Jonah Hill (in passato già candidato 2 volte all’Oscar come miglior attore non protagonista) e al suo personaggio Donnie, ovvero lo sponsor che John Callahan sceglie nel suo gruppo di Alcolisti Anonimi.

È Donnie il vero Counselor nel film, ogni sua frase, ogni suo gesto racchiudono quelle competenze di accoglienza e ascolto attivo che abbiamo appreso con la nostra formazione Professionale.
E c’è un passaggio che è il vero cardine di questa pellicola: il dialogo in cui, forse con uno stile un po’ troppo direttivo, ma sicuramente efficace, Donnie accompagna John a considerare – guardando indietro al momento dell’incidente che lo ha reso paraplegico – che sebbene non fosse stato lui al volante dell’auto, è comunque il responsabile di quanto accaduto perché ha scelto di far guidare l’auto al suo amico ubriaco e ha scelto di salire come passeggero su quell’auto.
Ecco allora la consapevolezza, ecco il cambiamento da vittima a protagonista dell’evento, ecco allora il perdono e le scuse – passaggi obbligati del protocollo degli Alcolisti Anonimi.

Il mio invito è quello di andare al cinema, accomodarsi in poltrona e gustare fotogramma dopo fotogramma “Don’t worry” ed imparare, se mai ce ne fosse bisogno, quale sia il senso vero della vita e, sono io la prima ad apprenderlo, di come una relazione d’aiuto valga il peso della fiducia che riusciamo a creare e dell’empatia che riusciamo a attivare.

Marina Marini
Professional Gestalt Counselor

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